"Tutti parlano di pace, ma non si può realizzare la pace all'esterno se si coltivano nel proprio animo la collera e l'odio".
XIV Dalai Lama
Il Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani nel 2011 ha compiuto vent’anni. Era infatti il 10 giugno 1991 quando il Consiglio della Provincia Autonoma di Trento approvò la legge n.11 “Promozione e diffusione della cultura della pace”.
Vent’anni sono un arco di tempo relativamente breve, ma in questo tempo è cambiato il mondo. Basta dare un’occhiata ad una carta geografica di allora per comprendere la profondità di tali cambiamenti, in un primo momento salutati con grande speranza ma che ben presto hanno lasciato il campo a scenari di guerra nel cuore dell’Europa, in Medio Oriente, in Africa, nel Caucaso e nelle centinaia di conflitti a bassa intensità che segnano il nostro tempo.
Una buona legge è quella che sa dimostrarsi efficace proprio in relazione ai processi di trasformazione, sapendo interagire con tali processi ed attrezzare una comunità a viverli in maniera consapevole e come opportunità di crescita.
Ci siamo riusciti? Non è facile dare una risposta netta. Possiamo però dire che se questa nostra comunità ha avuto sempre uno sguardo attento e solidale sul mondo, questo lo si deve anche ad una fittissima rete di volontariato che opera sulla solidarietà e sui diritti umani. Se le lacerazioni sociali e gli effetti dello spaesamento sono stati qui meno impattanti che altrove, è stato grazie ad una straordinaria ricchezza sociale e ad un’attenzione continua verso l’integrazione sociale dei cittadini migranti. Se il Trentino viene considerato un punto di riferimento nella ricerca sui temi della pace e della cooperazione internazionale, questo è il risultato di una comunità che ha scelto di investire su questi temi, nella consapevolezza che non basta la buona volontà per affrontare le contraddizioni che lacerano il nostro presente.
In tutto questo il Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani ha svolto in questi vent’anni una funzione preziosa, con la propria attività diretta ma soprattutto attivando progetti che hanno reso possibile questa nostra diversità: centri di formazione, istituti di ricerca, strumenti di informazione riconosciuti a livello internazionale.
Possiamo accontentarci? Assolutamente no. Vediamo intorno a noi i segni di una società che fatica a leggere il proprio tempo, dove crescono l’incertezza verso il futuro e le paure, dove si smarrisce facilmente la memoria del passato e dove è altrettanto facile darsi risposte semplificate a problemi invece complessi. Le stesse nostre parole – pace, diritti umani, solidarietà… – non riescono più a parlare alla mente e al cuore delle persone perché banalizzate e svuotate di significato. Il che significa interrogarsi sull’efficacia delle nostre categorie di pensiero e degli strumenti che ci diamo.
E’ a questa incertezza che vogliamo parlare, abbattendo il muro talvolta autoreferenziale che circonda i mondi della pace. E’ con la complessità del nostro tempo che vogliamo interagire, per cercare risposte che non siano rituali, né banali. E’ questo rinchiudersi nelle proprie certezze (e nel proprio spazio di vita) che vorremmo interrogare, perché l’identità di una comunità è sempre il prodotto dell’incontro. E’ con il mestiere di vivere (che non s’impara mai abbastanza) che vogliamo avere a che fare. Perché la pace non è la risposta alle situazioni di conflitto armato, ma qualcosa di ben più profondo che investe le scelte dell’economia, l’utilizzo delle risorse (nella consapevolezza del loro carattere limitato), il rispetto dei diritti e l’assunzione delle responsabilità, l’educazione delle persone e i nostri comportamenti quotidiani. Un modo di vivere le relazioni con gli altri e di stare al mondo.
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